Come sarà il mondo tra 30 anni? «Senza proprietà privata. E ci pagheranno per vedere degli spot»

Come sarà il mondo tra 30 anni? «Senza proprietà privata. E ci pagheranno per vedere degli spot»

L’Fbi riapre l’inchiesta sulle email di Hillary Clinton a dieci giorni dal voto? Wikileaks riversa online parte della corrispondenza della candidata democratica attaccando l’account di posta elettronica del suo consigliere John Podesta? Il distacco con Donald Trump si assottiglia? Niente panico: i guai informatici «non saranno determinanti, Clinton vincerà in ogni caso». A dichiararlo senza dubbio alcuno è Kevin Kelly, uno dei narratori più influenti dell’inarrestabile progresso tecnologico degli ultimi 30 anni. Classe 1952, ha co-fondato nel 1992 la rivista americana Wired, ha recentemente scritto un libro dall’evocativo titolo The Inevitable — non ancora disponibile in italiano — per (provare a) descrivere i prossimi 30 anni di sfide tecnologiche ma soprattutto sociali ed economiche. Abbiamo avuto occasione di confrontarci con lui sul tema in occasione dell’inaugurazione dell’Experience Center di PriceWaterhouseCoopers, aperto a Roma in collaborazione con Google.

Tornando agli Stati Uniti, il potente attacco hacker che ha messo in ginocchio il Web americano lo scorso 22 ottobre ha (ri)scoperchiato il vaso di Pandora della cyberwar. Sarà la guerra del futuro? Quante e quali vittime farà?
«Sì, le guerre dei prossimi anni saranno cyberwar. Anche se faranno alcuni morti, causeranno in modo più importante danni economici, povertà, malattie e disordini civili. Un Paese è in grado di creare tutto ciò senza fare un numero eccessivo di morti».

Lei guarda ai prossimi 30 anni, ma ha senso farlo in un momento storico in cui tutto cambia così rapidamente?
«Una civiltà dovrebbe essere giudicata per la sua lungimiranza. Non c’è niente di più elevato della creazione di ciò di cui potranno beneficiare le generazioni future. Per costruire qualcosa per i nostri nipoti abbiamo bisogno di pensare al mondo in cui vivranno. Dobbiamo riflettere sul futuro per essere dei buoni antenati».

Titola il suo libro «L’inevitabile». Dobbiamo temere quello che ci aspetta e che lei considera — appunto — inevitabile?
«È il momento migliore della storia del mondo per essere vivi. Vivremo un periodo di immense opportunità per nuovi benefici portati dalla tecnologia. Il guadagno sarà uguale o maggiore della prima rivoluzione industriale in termini di impatto e opportunità per il mondo intero».

E come sarà la nostra giornata tipo nel 2046?
«Non avrete un’automobile e molti degli oggetti che oggi possedete. Sarete, al contrario, più portati ad abbonarvi a prodotti o servizi. La realtà virtuale sarà diffusa come lo sono oggi i telefoni cellulari. Vi rivolgerete ai dispositivi con una serie di gesti delle mani. Praticamente ogni superficie sarà uno schermo, e ogni schermo sarà in grado di guardarvi. Ogni aspetto della vostra vita verrà monitorato, da voi o da qualcun altro. Gli inserzionisti pubblicitari vi pagheranno per guardare i loro annunci. I robot e l’intelligenza artificiale faranno i vostri attuali lavori ma ne avranno anche creati di nuovi per voi. Farete qualcosa che nel 2016 non si può immaginare. Dobbiamo abbracciare tutto questo».

Quindi i robot non ci ruberanno il lavoro
«Come dicevo, creeranno con l’intelligenza artificiale molti più posti di lavoro di quanti ne distruggeranno. Noi usiamo la tecnologia per inventare nuovi bisogni, nuove cose di cui cominciamo improvvisamente ad avere bisogno. Saremo noi umani a continuare a inventare nuovi posti di lavoro da dare ai robot e da condividere con loro».

Per 32 anni lei ha vissuto senza dispositivi di alcun tipo. Ha anche frequentato gli Amish. Immagino che guardi il rapporto delle nuove generazioni con la tecnologia con una punta di scetticismo
«Non dobbiamo giudicare le abitudini legate alla tecnologia in base all’utilizzo che ne fanno i giovani — in fondo, i giovani di tutte le epoche sono ossessivi. Poi superano le loro ossessioni. Cresceranno anche nell’utilizzo dei social media».

Il digitale sta distruggendo il concetto di proprietà. Posso acquistare film o libri, non li possiedo davvero, non posso «lasciarli» a nessuno
«Sì, è così. Ci stiamo spostando dal valore predefinito di proprietà al valore predefinito di accesso».

La sharing economy (l’economia della condivisione) e la gig economy (l’economia dei lavoretti) aiuteranno o distruggeranno il modello economico attuale? 
«Continueranno a espandersi come una alternativa. Prodotti e servizi tradizionali sopravviveranno. Continueremo ad avere sia i taxi sia Uber, ad esempio».

Online siamo bombardati dalle notizie e dalle informazioni. In un certo senso siamo già vittime di un Web costruito intorno ai noi e ai nostri gusti dai social network e dai motori di ricerca. Ci chiuderemo nella nostra cerchia di amici e opinioni e saremo sempre più miopi?
«No, i filtri ci aiutano a perfezionare i nostri gusti individuali, a tenere il passo con il tempo reale e ad allargare il nostro circolo di empatia. E, in definitiva, ci rendono più umani».

La privacy che fine farà?
«Un crescente e costante monitoraggio della nostra vita è inevitabile. Nel 2046 sarà facile ed economico seguire la maggior parte delle nostre attività. Ci monitoreremo da soli, lo faranno i nostri amici, le società, i governi. È inevitabile. Potremo solo decidere come farlo»

Fonte: corriere.it